Dalla pista di Indianapolis alla Stutz Motor Car Company
La storia di Stutz nasce da un'ambizione precisa: presentarsi alla prima edizione della Indianapolis 500 con una vettura progettata e costruita in appena cinque settimane. Il risultato, un undicesimo posto al debutto assoluto, basta a convincere Harry Stutz a trasformare quel prototipo in un'automobile di serie. Nel 1913 la società, fino a quel momento nota come Ideal Motor Car Company, si fonde con la Stutz Auto Parts Company e assume il nome che diventerà celebre in tutto il mondo: Stutz Motor Car Company.
Nel giro di pochi anni la squadra corse del marchio, soprannominata White Squadron, conquista i titoli nazionali del 1913 e del 1915, costruendo una reputazione fondata sulla velocità e sull'affidabilità meccanica che accompagnerà l'azienda per tutta la sua storia.
Fondazione
1911 (come Ideal Motor Car Company)
Il mito Bearcat
Il modello che rende Stutz un nome familiare anche fuori dagli ambienti sportivi è la Bearcat, lanciata nel 1912 come versione stradale della vettura da corsa. Essenziale nelle forme, con il caratteristico cofano a botte, i sedili a pozzetto e il piccolo parabrezza monocolo davanti al posto di guida, la Bearcat monta inizialmente un quattro cilindri in linea da 6,39 litri capace di circa 60 cavalli, abbinato a un passo più corto rispetto alla vettura di serie da cui deriva.
- Nel 1912 le Bearcat vincono 25 delle 30 gare a cui partecipano
- Nel 1915 un esemplare di serie, guidato da Erwin "Cannonball" Baker, percorre la tratta New York-San Diego in poco più di undici giorni, stabilendo un record che ispirerà decenni dopo le sfide su strada del Cannonball Run
- Il prezzo, attorno ai 2.000 dollari nel 1914, la colloca su un piano nettamente superiore rispetto alle utilitarie dell'epoca come la Ford Model T
La Bearcat resta in produzione, con diversi aggiornamenti meccanici e di carrozzeria, fino alla metà degli anni Venti.
Prima attività
1911-1939
La Safety Stutz e il Vertical Eight
Dal 1926 il marchio cambia strategia e punta sul lusso tecnico con la gamma Vertical Eight, conosciuta anche come Safety Stutz per lo chassis ribassato che ne migliora tenuta di strada e sicurezza passiva. Le prime serie AA e BB montano un otto cilindri monoalbero da 4,7 litri, con potenze comprese tra 92 e 115 cavalli, sufficienti a superare i 100 mph nelle versioni Black Hawk Speedster più spinte.
Il vertice tecnico arriva nel 1931 con il motore DV-32, un otto cilindri bialbero a 32 valvole da 156-161 cavalli, capace di superare i 106 mph: uno dei propulsori più sofisticati mai montati su un'automobile di serie americana prima della Seconda guerra mondiale. Nel 1928 una Stutz coglie inoltre un secondo posto assoluto alla 24 Ore di Le Mans, risultato che consolida la fama sportiva del marchio anche in Europa. Nonostante il prestigio tecnico, la crisi economica degli anni Trenta è fatale: la società fallisce nel 1937 e viene liquidata nel 1939, dopo aver costruito complessivamente circa 39.000 automobili.
Rilancio
1968-anni Novanta (Stutz Motor Car of America)
Il rilancio neoclassico: Blackhawk e Bearcat II
Il nome Stutz torna sul mercato nel 1968, quando il banchiere newyorkese James O'Donnell fonda la Stutz Motor Car of America insieme al designer Virgil Exner. La nuova Blackhawk, presentata nel 1970, è una coupé dal disegno neoclassico costruita artigianalmente in Italia, prima presso Officine Padane a Modena e poi presso la Carrozzeria Saturn vicino a Torino, con oltre 1.500 ore di lavorazione per ogni esemplare e verniciature a lacca rifinite a mano in sei settimane.
Sotto la carrozzeria si trovano meccaniche di grandi V8 americani, tra cui il Pontiac 455 da 7,5 litri capace di circa 425 cavalli nelle prime serie, con prestazioni brillanti ma consumi molto elevati. Il primo esemplare viene acquistato da Elvis Presley nell'ottobre 1970, e negli anni successivi il marchio conquista altri clienti celebri del mondo dello spettacolo. Tra le varianti prodotte figurano anche la cabriolet D'Italia e, dalla fine degli anni Ottanta, la Bearcat II con meccanica Corvette, di cui vengono realizzati solo una dozzina di esemplari prima della cessazione definitiva dell'attività negli anni Novanta.
