La rottura con Deutsch e la nascita del marchio
La storia di René Bonnet come costruttore in proprio comincia da una separazione. Insieme a Charles Deutsch, Bonnet aveva fondato nel 1946 la Deutsch et Bonnet, sigla nota agli appassionati come DB, specializzata in vetture leggere basate su meccanica Panhard. Nel 1961 le strade dei due soci si dividono: Deutsch resta fedele ai motori Panhard e dà vita alla propria azienda, mentre Bonnet, con il sostegno finanziario di BP, apre a Romorantin una nuova fabbrica puntando su un partner motoristico diverso, la Renault.
La scelta si rivela decisiva. I quattro cilindri Renault, più moderni e diffusi, permettono a Bonnet di sviluppare rapidamente una gamma di vetture leggere e sportive che porta il suo nome, distinguendosi immediatamente per soluzioni tecniche fuori dagli schemi.
Motore
4 cilindri Renault, 1.108 cc (varianti da competizione 996 cc twin-cam)
La Djet: la prima stradale al mondo con motore centrale
Il modello che consegna René Bonnet alla storia dell'automobile è la Djet, presentata nei primi anni Sessanta e progettata da Jacques Hubert, già collaboratore delle vetture da competizione DB. Sotto una carrozzeria filante in vetroresina, con un coefficiente aerodinamico molto basso per l'epoca, nasconde una soluzione rivoluzionaria: il motore, un quattro cilindri Renault da 1.108 cc, è collocato in posizione centrale-posteriore, davanti all'asse delle ruote posteriori.
Si tratta della prima automobile di serie destinata alla strada a impiegare questa architettura, oggi diffusissima tra le supercar ma allora appannaggio esclusivo dei prototipi da corsa. Il telaio è un traliccio tubolare in acciaio, le sospensioni sono indipendenti su tutte e quattro le ruote e i freni a disco equipaggiano l'intera vettura: una dotazione tecnica di alto livello per una vettura compatta e leggera, che sfiora appena i 600 kg.
Potenza
Da circa 65 a 95 CV nella versione Gordini
Motori, versioni e vita in pista
La gamma René Bonnet comprende, accanto alla Djet, anche modelli come la Le Mans e la Missile, evoluzioni delle precedenti DB con carrozzerie decappottabili e la medesima base meccanica Renault, oltre alla rarissima Aérojet, versione da competizione realizzata in appena 9 esemplari tra il 1964 e il 1965.
La Djet, disponibile inizialmente con il quattro cilindri da 1.108 cc capace di circa 65-70 CV, riceve anche una preparazione Gordini in grado di superare i 90 CV, mentre le versioni da corsa adottano un bialbero 996 cc. Il debutto alla 24 Ore di Le Mans conferma le doti dinamiche della vettura, tanto che la maggior parte degli esemplari costruiti finisce impiegata più in pista che su strada, contribuendo a consolidare la fama tecnica del marchio.
Velocità massima
Circa 165 km/h
La cessione a Matra e la fine del marchio
Nonostante il valore tecnico dei suoi modelli, René Bonnet fatica a reggere i costi di sviluppo e produzione. Le difficoltà finanziarie portano, nell'ottobre 1964, alla cessione dell'azienda a Matra, gruppo industriale con interessi nella tecnologia della vetroresina che ne aveva progressivamente rilevato le quote. Nasce così la divisione automobilistica Matra Sports, che nell'aprile 1965 rimette in produzione la Djet con il nome Matra-Bonnet, mantenendo per un periodo anche il simbolo del capricorno caro a René Bonnet, prima di passare definitivamente al logo Matra.
Il marchio originario chiude così la propria storia dopo appena tre anni di attività autonoma, ma lascia un'eredità tecnica che la stessa Matra porterà avanti fino alla fine degli anni Sessanta, con oltre 1.400 Djet aggiuntive vendute con il proprio marchio.
Anni di produzione
1962-1964 (poi proseguita da Matra fino al 1968)
René Bonnet oggi tra gli Oldtimer
Con appena 198 esemplari realizzati sotto l'insegna originaria, la René Bonnet Djet è oggi una delle vetture francesi più rare e ricercate dal collezionismo specializzato, apprezzata non tanto per la potenza quanto per il primato storico di prima vettura di serie a motore centrale. Trovare un esemplare integro richiede pazienza e una rete di contatti nel mondo del collezionismo francese, mentre il restauro richiede spesso interventi su misura per la scarsità di ricambi originali.
È esattamente il tipo di vettura che la definizione di Oldtimer, nata in area tedesca, contribuisce a mettere in luce: un'auto che non si limita a invecchiare, ma che racconta un passaggio tecnico fondamentale nella storia dell'automobile.
