Le origini: dalla meccanica di precisione all'automobile moderna
La storia di Panhard inizia lontano dal mondo dei motori, in una piccola azienda parigina di lavorazione del legno attiva dal 1846. È l'ingresso di René Panhard come socio, nel 1867, e successivamente di Émile Levassor, a orientare l'attività verso la meccanica di precisione. Tra il 1886 e il 1887, dopo la scomparsa del fondatore originario, i due assumono il controllo dell'impresa insieme all'avvocato belga Edouard Sarazin e ne fanno un costruttore di automobili su licenza dei motori Daimler.
Nel 1890 nasce la prima vettura, la P2D, seguita a stretto giro dai modelli di Type A. È in questi anni che Panhard e Levassor codificano quello che sarebbe passato alla storia come Système Panhard: motore anteriore, trazione sulle ruote posteriori e cambio a ingranaggi scorrevoli, uno schema che diventerà lo standard costruttivo dell'automobile per i decenni successivi. La vittoria di Levassor alla Parigi-Bordeaux-Parigi del 1895, la prima vera corsa automobilistica della storia, consacra il marchio come punto di riferimento tecnico e sportivo, un primato pagato a caro prezzo quando lo stesso Levassor muore nel 1897 per le conseguenze di un incidente in gara.
Anni di produzione automobili
1890 - 1967
Tra le due guerre: motori senza valvole e lo stile Dynamic
Nei primi anni Venti Panhard riprende la produzione civile interrotta dalla Prima guerra mondiale, durante la quale lo stabilimento si era dedicato a camion, motori aeronautici e munizioni. Dal 1924 l'azienda adotta su tutta la gamma i motori a valvole a camicia su licenza Charles Yale Knight, apprezzati per la silenziosità di funzionamento, mentre nel 1925 una Panhard di grossa cilindrata stabilisce un record di velocità.
Il punto più alto di questa stagione è la Dynamic del 1936, disegnata da Louis Bionier: carrozzeria portante in stile Art Déco, vetrature panoramiche, volante posizionato al centro dell'abitacolo per sfruttare al meglio la visibilità e motori a sei cilindri senza valvole fino a 2,8 litri. Una vettura tanto avveniristica quanto complessa, che chiude idealmente l'epoca prebellica del marchio.
Motore caratteristico
Bicilindrico boxer raffreddato ad aria (dal 1947)
Il dopoguerra e la rivoluzione del bicilindrico Dyna
La vera svolta arriva nel secondo dopoguerra con la Dyna X, presentata a partire dal 1947: un'utilitaria leggera con struttura in alluminio e un inedito motore bicilindrico boxer raffreddato ad aria, scelte pensate per contenere i pesi e i consumi. Il progetto matura nella Dyna Z del 1954, dalla linea arrotondata e aerodinamicamente molto curata, prodotta fino al 1959 in circa 140.000 esemplari: nata con carrozzeria interamente in alluminio, passa progressivamente all'acciaio a partire dal 1955 quando i costi della lega leggera si rivelano insostenibili per una produzione di grande serie.
Nel 1959 la Dyna Z lascia il posto alla PL17, sostanzialmente un restyling dello stesso pianale con motore bicilindrico da 848-851 cc capace di 42 CV nella versione base e 50 CV in quella Tigre. Prodotta fino al 1965 in circa 166.000 unità tra berlina, cabriolet e break, la PL17 rappresenta il modello Panhard più diffuso del dopoguerra, apprezzato per la trazione anteriore, i consumi contenuti e un abitacolo sorprendentemente spazioso per l'ingombro esterno.
Fine della produzione civile
1967, dopo l'assorbimento in Citroën
Panhard 24 e le corse: l'ultimo capitolo e l'indice di rendimento a Le Mans
Nel 1963 debutta la Panhard 24, un coupé 2+2 dalla linea con caratteristico tetto trapezoidale, proposto nelle versioni C, con motore da 48 CV, e CT, portata a 60 CV. Nonostante sospensioni indipendenti curate e un'immagine molto moderna, le vendite restano contenute e i freni a tamburo vengono giudicati insufficienti già all'epoca; la 24 CT, la più riuscita, resta comunque in produzione fino al 1967, ultimo anno di vita per un'automobile Panhard.
Il piccolo motore bicilindrico dà anche soddisfazioni sportive: le vetture derivate dai progetti di Charles Deutsch, come la CD Panhard, colgono più volte la vittoria nell'indice di rendimento alla 24 Ore di Le Mans tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, dimostrando come l'efficienza aerodinamica e la leggerezza potessero competere, in quella particolare classifica, con motori di cilindrata molto superiore.
La fine della produzione civile e l'eredità del marchio
Il progressivo ingresso di Citroën nel capitale porta, nel 1965, alla fusione dei due marchi e nel 1967 alla cessazione definitiva della produzione di automobili Panhard, il cui ultimo compito era stato l'assemblaggio di furgoni derivati dalla 2CV per conto dello stesso Citroën. Da allora il nome Panhard sopravvive esclusivamente nel settore dei veicoli militari blindati, un ramo che l'azienda aveva sviluppato fin dai primi del Novecento e che oggi fa capo al gruppo Arquus.
Resta invece diffusissima, ben oltre la storia del marchio, un'invenzione tecnica portata al successo da Panhard: la cosiddetta barra Panhard, un elemento delle sospensioni che guida lateralmente l'assale rigido e che continua a essere impiegato su numerosi veicoli moderni.
