Dall'Atom alle prime sportive in vetroresina
La prima vettura del marchio fu l'Atom, presentata nel 1954: una piccola due posti con motore motociclistico raffreddato ad aria, montato posteriormente, e telaio a spina dorsale rivestito da una carrozzeria in vetroresina. Vennero proposte diverse cilindrate, comprese unità BSA da 250 e 350 cc e un bicilindrico Anzani da 322 cc, abbinate a un cambio motociclistico Albion a tre marce collegato alle ruote posteriori tramite catena.
Ne furono costruiti pochi esemplari prima che il progetto venisse rivisto in maniera più radicale con la Atomota, che adottava un motore bicilindrico BSA da 646 cc. Anche in questo caso la diffusione restò limitata, ma queste prime vetture stabilirono il metodo di lavoro che avrebbe caratterizzato Fairthorpe per i vent'anni successivi: telai semplici, meccanica presa in prestito da altri costruttori e carrozzerie leggere in materiale plastico rinforzato.
Anno di fondazione
1954
Electron ed Electron Minor, il cuore della produzione
Nel 1956 arriva la Electron, una due posti aperta equipaggiata con il motore Coventry Climax monoalbero, disponibile in tagli da 1098, 1216 e 1910 cc e capace, nelle versioni più spinte con doppio carburatore SU, di superare i 90 CV. Il peso contenuto, poco più di 500 kg, permetteva alla vettura di raggiungere circa 177 km/h nonostante la cilindrata modesta. Ne furono realizzati solo una trentina di esemplari tra il 1956 e il 1964, il che la rende oggi una delle Fairthorpe più rare in assoluto.
Il vero pilastro dell'azienda arriva però nel 1957 con la Electron Minor, una versione più accessibile che sostituisce il propulsore Coventry Climax con meccanica di derivazione Standard Ten, poi aggiornata con componenti Triumph Herald e, nelle ultime serie EM4/EM5/EM6 prodotte tra il 1965 e il 1973, con un quattro cilindri da 1296 cc. Con circa 700 unità costruite fino al 1973, la Electron Minor resta di gran lunga il modello più diffuso del marchio, apprezzato per la leggerezza e per un carattere di guida vivace nonostante un allestimento volutamente essenziale. Esisteva anche una rara variante chiusa 2+2, la Electrina, meccanicamente simile ma realizzata in appena una manciata di esemplari.
Zeta e Rockette, le varianti più prestazionali
Accanto alla produzione principale, Fairthorpe sperimentò anche versioni più orientate alle prestazioni. La Zeta, introdotta nel 1959, montava una versione modificata del sei cilindri Ford Zephyr, portata fino a sei carburatori e dotata di testata BRM: un progetto ambizioso per una casa così piccola, che però restò confinato a una manciata di esemplari costruiti fino al 1965.
Sulla stessa linea si colloca la Rockette, equipaggiata con il quattro cilindri Triumph Vitesse da 1600 cc: anche in questo caso la produzione fu molto limitata, con circa 25 unità realizzate fino al 1967. Entrambi i modelli testimoniano il tentativo di Fairthorpe di offrire, accanto alle vetture entry level come la Electron Minor, alternative più grintose per una clientela di appassionati.
La TX-GT e la fine della produzione
Nel 1967 Torix Bennett, figlio del fondatore Donald, entra nell'azienda e sviluppa la TX-GT, una coupé con carrozzeria in vetroresina costruita sul pianale della Triumph GT6 ma dotata di uno schema di sospensione posteriore indipendente a bracci trasversali di sua progettazione. Il modello, proseguito anche nelle varianti TX-S e TX-SS, restò in produzione fino alla metà degli anni Settanta, ma con numeri molto contenuti: si stima che siano stati realizzati complessivamente una trentina di esemplari.
Con il calo della domanda per le piccole sportive artigianali britanniche, Fairthorpe cessò gradualmente l'attività nella seconda metà degli anni Settanta. Torix Bennett proseguì per proprio conto con la società Technical Exponents, che condivideva gli stabilimenti con Fairthorpe e realizzò tra l'altro la TX Tripper, erede ideale dello spirito artigianale del marchio.
