Una sportiva nata da un'azienda di caravan
L'idea alla base della Berkeley era tanto pragmatica quanto ambiziosa: Charles Panter, alla guida di uno dei più grandi produttori europei di caravan in vetroresina, cercava un modo per diversificare la produzione della sua fabbrica. Il designer Lawrence Bond portò invece l'esperienza necessaria per trasformare quel know-how in una piccola automobile sportiva.
Ne nacque una vettura con scocca monoscocca interamente in fibra di vetro, una soluzione rara per l'epoca che permetteva di contenere il peso a poco più di trecento chilogrammi. La trazione era anteriore, con sospensioni indipendenti su tutte e quattro le ruote, mentre la potenza arrivava alle ruote tramite catena e cambio a tre marce.
Motori
Bicilindrici e tricilindrici due tempi 322-492cc; bicilindrico quattro tempi Royal Enfield 692cc
La gamma: dalla SA322 alla B105
Il primo modello, la SA322 Sports, debuttò nell'ottobre 1956 con un bicilindrico due tempi British Anzani da 322cc e 15 CV. Le richieste del mercato spinsero rapidamente Berkeley ad ampliare la gamma: la SE328, con motore Excelsior da 328cc e 18 CV, divenne il modello di maggior successo commerciale, mentre la SE492 introdusse un più potente tricilindrico da 492cc e 30 CV, penalizzato però da seri problemi di affidabilità.
Nel 1959 arrivarono le versioni B95 e B105, equipaggiate con il bicilindrico quattro tempi Royal Enfield da 692cc: la B105, da 50 CV, fu la prima Berkeley capace di superare le 100 miglia orarie. Accanto alle roadster a quattro ruote, dal settembre 1959 la gamma si arricchì del T60, una versione a tre ruote pensata per sfruttare in Regno Unito i vantaggi fiscali e di patente riservati ai motocicli.
Anni di produzione
1956-1960
Un carattere brillante, apprezzato dalla stampa dell'epoca
Nonostante le dimensioni minime, la Berkeley Sports conquistò il favore dei giornalisti specializzati britannici. La rivista Autocar ne lodò la risposta immediata ai comandi e una tenuta di strada giudicata superiore a quella dei concorrenti diretti, definendola una piccola sportiva capace di premiare chi sapeva apprezzarne la meccanica. Anche il T60 a tre ruote fu accolto positivamente, descritto come un mezzo che univa economia di esercizio, brillantezza di guida e una sorprendente tenuta in curva.
Le corse: la vittoria alla 12 Ore di Monza
La Berkeley non fu soltanto un'auto per l'uso quotidiano: prese parte anche a competizioni internazionali. Nel 1958 Pat Moss guidò una SE328 nella categoria fino a 500cc della Liegi-Brescia-Liegi, gara durissima che mise a nudo i limiti di raffreddamento della piccola inglese nelle salite estive. Lo stesso anno il pilota e ingegnere italiano Giovanni Lurani acquistò tre esemplari di SE492, allestendoli con un hardtop su misura per farli correre nella classe GT 750cc: una di queste vetture, affidata a Lorenzo Bandini, vinse la 12 Ore di Monza del 1958, regalando a Berkeley uno dei risultati sportivi più prestigiosi della sua breve storia.
Il fallimento e l'eredità di un marchio di culto
Sul finire degli anni Cinquanta Berkeley tentò il salto di qualità con la Bandit, una vettura a quattro ruote più matura, disegnata da John Tojeiro e motorizzata con il quattro cilindri Ford da 997cc della Anglia 105E, dotata di sospensione posteriore indipendente e freni a disco anteriori. Il progetto restò però allo stadio di due soli prototipi: il crollo del mercato dei caravan alla fine del 1960 privò l'azienda della sua principale fonte di liquidità, portando Berkeley Cars alla liquidazione nel dicembre dello stesso anno, nonostante un tentativo di cessione poi non andato a buon fine.
Oggi la memoria del marchio è custodita dal Berkeley Enthusiasts' Club, che segue circa trecento esemplari sopravvissuti in tutto il mondo, mentre sul mercato del collezionismo le quotazioni restano relativamente accessibili rispetto ad altre sportive britanniche coeve.
