Come nasce la Cooper: l'incontro tra Issigonis e John Cooper
La Mini di Alec Issigonis nasce nel 1959 come risposta economica e compatta alla crisi di Suez, non certo come base per il motorsport. È John Cooper, titolare dell'omonima scuderia e progettista di monoposto di Formula 1, a vedere nel piccolo telaio a trazione anteriore un potenziale che lo stesso Issigonis fatica inizialmente a riconoscere.
Dal loro confronto nasce, nel settembre 1961, la Austin Mini Cooper: il quattro cilindri passa da 848 a 997 centimetri cubici, la potenza sale da 34 a 55 CV, arrivano un cambio dai rapporti più ravvicinati, doppio carburatore SU e freni a disco all'anteriore, elementi tutt'altro che scontati su un'utilitaria di quella fascia.
Potenza
Da 55 a 76 CV a seconda della versione
La Cooper S e il trionfo a Montecarlo
Nel 1963 arriva la Cooper S, pensata esplicitamente per le competizioni: monta un motore da 1.071 centimetri cubici e freni a disco maggiorati. L'anno seguente la gamma si arricchisce con due ulteriori tagli, 970 e 1.275 centimetri cubici, questi ultimi capaci di erogare fino a 76 CV.
Il risultato più celebre arriva il 21 gennaio 1964, quando Paddy Hopkirk porta la sua Cooper S al successo assoluto al Rally di Montecarlo, avendo la meglio su rivali molto più potenti come Ford Falcon e Mercedes-Benz 300 SE. La vittoria si ripete nel 1965 con Timo Mäkinen e nel 1967 con Rauno Aaltonen, mentre il successo del 1966, sempre di Mäkinen, viene annullato per una contestata squalifica tecnica. A questi risultati si aggiunge il successo al Rally dell'Acropoli del 1967.
- 1964: vittoria di Paddy Hopkirk
- 1965: vittoria di Timo Mäkinen
- 1966: successo su strada, poi squalifica
- 1967: vittoria di Rauno Aaltonen
Anni di produzione a marchio Austin
1961-1969
Motori e generazioni: dal Mark I al Mark II
Nel 1964 il motore Cooper originale da 997 centimetri cubici viene sostituito da un'unità da 998 centimetri cubici, di potenza equivalente ma più moderna. La gamma Cooper S, nello stesso periodo, si articola sui tre tagli da 970, 1.071 e 1.275 centimetri cubici, quest'ultimo destinato a diventare il riferimento delle versioni più prestazionali.
Dal 1967 debutta la Mark II, con aggiornamenti a mascherina, fanaleria e assetto. Il 1969 segna però uno spartiacque: la Mini diventa un marchio indipendente e le denominazioni Austin e Morris vengono abbandonate, chiudendo di fatto il capitolo della Cooper a marchio Austin. Il nome Cooper resterà comunque in listino fino al 1971, per poi essere ripreso dal 1990 al 2000 sotto il marchio Mini, in un periodo in cui John Cooper tornò a collaborare con la casa britannica.
Palmarès
3 vittorie al Rally di Montecarlo (1964, 1965, 1967)
Guida, affidabilità e mercato dell'usato oggi
Il fascino della Cooper resta legato soprattutto al comportamento su strada: passo corto, carreggiata relativamente larga per l'epoca e peso contenuto, tra 580 e 686 chilogrammi a seconda della versione, regalano un'agilità che ha fatto scuola, tanto da essere ancora oggi ricordata come esperienza di guida da "kart stradale".
Chi valuta l'acquisto di un esemplare storico deve però fare i conti con i punti deboli tipici della meccanica e della carrozzeria dell'epoca: la ruggine attacca facilmente sottotelai, longheroni, pianale e montanti del parabrezza, mentre motore e cambio, condividendo lo stesso olio, risentono di eventuali contaminazioni o surriscaldamenti. Su esemplari molto percorsi non è raro incontrare qualche resistenza nell'innesto della seconda marcia.
- Verificare lo stato dei sottotelai anteriore e posteriore
- Controllare pianale, soglie e montanti A per infiltrazioni d'acqua
- Accertarsi della corrispondenza tra numeri di telaio e motore, specie sulle Cooper S



