Le origini: l'idea di Hans Trippel
L'ingegnere Hans Trippel aveva già maturato una lunga esperienza nel campo dei veicoli anfibi prima di dare vita all'Amphicar, avendo lavorato in passato su altri progetti simili, incluso il celebre Schwimmwagen della Volkswagen nato per uso militare. L'obiettivo con Amphicar era però diverso: portare il concetto di veicolo anfibio al grande pubblico civile, offrendo un'automobile decappottabile utilizzabile sia in città sia per una gita in barca improvvisata.
La produzione, gestita industrialmente dal gruppo Quandt attraverso gli stabilimenti di Lubecca e Berlino-Borsigwalde, permise di realizzare la vettura su scala di serie, un traguardo che nessun altro costruttore è mai riuscito a replicare con la stessa continuità produttiva.
Il Modello 770: una gamma essenziale ma iconica
L'intera produzione Amphicar si concentra su un unico modello, il 770, il cui nome richiama le velocità massime dichiarate: 7 nodi in acqua e 70 miglia all'ora su strada. Si tratta di una spider a quattro posti, con carrozzeria decappottabile in acciaio pensata per garantire la necessaria tenuta stagna dello scafo.
- Carrozzeria cabriolet a quattro posti
- Scafo in acciaio stagno per la navigazione
- Doppia elica posteriore per la propulsione in acqua
- Ruote motrici anche durante la navigazione, se necessario
Tra il 1961 e il 1968 vennero realizzate complessivamente 3.878 unità, la maggior parte delle quali esportate negli Stati Uniti, che da soli assorbirono circa 3.046 esemplari, ovvero la quota più rilevante delle vendite complessive del marchio.
Tecnica e meccanica: il cuore Triumph e la trasmissione anfibia
Sotto la carrozzeria, l'Amphicar 770 monta un motore a quattro cilindri di origine britannica, derivato dalla Triumph Herald, con una cilindrata di 1.147 cc e una potenza dichiarata di circa 38-43 CV secondo le fonti, posizionato in configurazione posteriore. La particolarità del progetto sta nella trasmissione, realizzata dalla Hermes, capace di azionare in modo indipendente o simultaneo sia le ruote che le due eliche di propulsione nautica.
Su strada l'Amphicar poteva raggiungere circa 110-120 km/h, mentre in acqua la velocità si fermava a pochi nodi, sufficienti comunque per una navigazione tranquilla in laghi, fiumi e acque costiere calme.
Il declino e l'eredità di un'idea unica
Il prezzo elevato, pari a circa il doppio di quello di una Volkswagen Maggiolino dell'epoca, limitò fortemente la diffusione dell'Amphicar. A complicare ulteriormente la situazione arrivò, sul finire degli anni Sessanta, l'inasprimento delle normative statunitensi su emissioni e sicurezza, che di fatto tagliò fuori il mercato americano, di gran lunga il più importante per il marchio. La produzione si interruppe definitivamente nel 1968.
Nonostante la breve vita commerciale, l'Amphicar è rimasta un'icona di ingegneria non convenzionale: tra gli aneddoti più noti, la traversata della Manica compiuta da quattro automobilisti britannici il 16 settembre 1965 a bordo di due esemplari, in poco più di sette ore da Dover a Calais. Oggi gli esemplari superstiti sono ricercati da collezionisti in tutto il mondo e si ritrovano regolarmente in raduni dedicati.